14/02/2012

La Rai, Sanremo e l'odioso balzello.

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I lustrini luccicanti di Sanremo arrivano proprio nel momento opportuno. Un tempismo perfetto, quasi calcolato ad arte. Perché di solito è proprio questo il periodo in cui (soprattutto i ritardatari, quelli che hanno sborsato 112 euro nell’ultimo giorno utile) ci si chiede per quale motivo bisogna ancora pagare il canone Rai. Una tassa anacronistica, risalente alla preistoria delle comunicazioni. Per farsi un’idea basta leggere l’art.1 del Regio Decreto Legge n.246 del 1938  (convertito poi in legge, il governo era quello di Benito Mussolini) a cui il canone fa riferimento: «Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento».

Il canone è una tassa che forse aveva un senso  quando esisteva il monopolio statale della televisione. Quando ancora la televisione era fatta da due soli canali e le  trasmissioni si concludevano a sera tarda e sullo schermo rimaneva il monoscopio Rai e, in sottofondo, l’insopportabile fischio sibillino fino all’indomani mattina.  Magari aveva ancora un senso ai tempi della prima rozza Mediaset (quella che mandava in onda la notte di Capodanno in differita e il brindisi arrivava un po’ prima o un po’ dopo) che riusciva a rendere odioso anche il film più amato, interrompendolo ogni sette-otto minuti con la pubblicità. Cosa che la Rai non faceva, e non dovrebbe oggi fare. Perché la Rai potendo contare sul canone non dovrebbe avere pubblicità, come tutte le tv pubbliche europee.

La nozione di servizio pubblico, poi, è ormai più che superata. La Rai poteva definirsi servizio pubblico ai tempi di Non è mai troppo tardi di Alberto Manzi, la trasmissione che aveva il fine di insegnare a leggere e a scrivere agli italiani che avevano superato l'età scolare. Oggi non più. Che servizio pubblico può fornire un’azienda lottizzata, dove le assunzioni avvengono in modo clientelare, dove vige il lecchinaggio istituzionale (Minzolini docet) e pratica diffusa è la genuflessione dei dirigenti al politico potente di turno? Grottesca, ad esempio, è stata la recente reazione di Alberto Maccari, direttore del Tg1, alla telefonata del finto Bossi. «Sappia di poter contare su un amico. Un po’ di riguardo per il Nord? Senz’altro.. ». Perché dobbiamo pagare lo stipendio a uno come Maccari (o a uno come Vespa) che si cala le braghe davanti a un (finto per giunta) Bossi qualunque? Perché dobbiamo pagare per mantenere programmi volgari e diseducativi per i nostri figli come L’Isola dei Famosi? Perché dobbiamo finanziare fiction inguardabili giunte alla quarta serie per accontentare chissà quale dirigente o programmi pomeridiani che fanno venire il voltastomaco?

La Rai dovrebbe essere privatizzata (nessuno si è mai preso la briga di dare seguito alla volontà popolare espressa con il referendum del 1995). L’unica strada percorribile per giungere all’eliminazione di questo inconcepibile tributo. 

 

19:15 Scritto da: fracascio | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

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