Appeso a un filo.

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Uno strano incontro. Il racconto di un’amica comune. Una storia che fa riflettere. Da raccontare ai miei venticinque lettori.  Con Daniela Tornatore.

E’ un caldissimo pomeriggio di metà giugno. Anche se l’estate non è ancora ufficialmente arrivata, il sole picchia sull’asfalto, rendendolo quasi di gomma. Lei è una giovane donna, bella, chiunque si fermerebbe a guardarla. Lui, invece, è un uomo apparentemente più grande, distinto. Sembra quasi un personaggio uscito da un romanzo di Kafka.

Non si conoscono, semplicemente si incrociano sullo stesso marciapiedi. Due cose saltano subito agli occhi: lui non si è quasi accorto di lei ed è molto strano. Lei, al contrario, rimane colpita da un particolare inusuale: quell’uomo va in giro con tante mollette per il bucato attaccate alla maglietta che indossa. Ne ha viste tante, lei. Ma questa proprio no. E non è come gli altri passanti che, distratti dalla pausa pranzo o storditi dal caldo, lo ignorano o, peggio, lo deridono. No, lei assiste per qualche attimo alla scena. Poi, fa un respiro profondo e lo avvicina. E’ solo allora che lui si accorge di lei. La guarda negli occhi e pensa che forse si è persa, ha bisogno di qualche informazione stradale o, semplicemente, ha voglia di prenderlo in giro. Del resto, è abituato. Tutto si aspetta, tranne che quella domanda, precisa, diretta: «Scusi – dice lei timidamente – posso chiederle perché porta quelle mollette addosso? ». L’uomo non crede alle sue orecchie, vuol dire che qualcuno esiste, che la società si interessa ancora di lui.
E’ gentile, ma anche comprensibilmente sorpreso. Appena il giorno prima dei bagnanti avevano continuato imperterriti a fare il bagno e a prendere il sole su una spiaggia, incuranti della presenza del cadavere di una povera donna, annegata poco prima. “Perchè – si era domandato l’uomo – qualcuno dovrebbe accorgersi di me?”. La risposta è più sorprendente della domanda: «Da quando ho perso il lavoro, mi sento appeso a un filo.. »

E’ una specie di tonfo, un colpo sordo al basso ventre, per lei che ha ancora la forza di stupirsi e di indignarsi. Quell’uomo non è il pazzo del villaggio, come i più credono. Non è un mitomane che se ne va in giro per raccogliere qualche momento di notorietà. Quell’uomo probabilmente è un marito, è un padre. Certamente è un disperato, che ha reso visibile la condanna che ha subìto.

Lei adesso riesce persino a sentirsi in colpa. In colpa per tutti quelli che lo incontreranno al prossimo marciapiedi, ridacchiando come gli altri. E sente il bisogno di fare qualcosa per lui, un gesto anche piccolo. La prima cosa che le viene in mente è invitarlo al bar per offrirgli un caffè. Lui, però, non accetta. E’ solo un disoccupato, non un approfittatore. Non si farebbe mai offrire il caffè da una donna.
Si guardano ancora un istante. Lei lo saluta, lui la ringrazia. Vanno via, in direzioni opposte. Entrambi appesi a un filo.



Appeso a un filo.ultima modifica: 2013-06-19T19:49:00+00:00da fracascio
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